MUDRA: la magia della gestualità

Prima di imparare a parlare, l’uomo primitivo imparò a gesticolare. Di tempo ne è passato molto da allora, ma la gestualità non ha più smesso di aiutare, rimarcare e rinforzare la comunicazione umana. A tal punto che ogni popolo ha sviluppato una gestualità tipica e unica. La sua influenza sulla comunicazione umana ha generato perfino gestualità specifiche anche all’interno di categorie professionali. Il mondo religioso, ad esempio, ha conservato intatta molta della sua gestualità antica, a tal punto che è oggi relativamente facile distinguere un sacerdote cattolico da un monaco buddista, o un musulmano da un indù, osservando la loro gestualità anziché ascoltando quello che hanno da dirci. Proprio dagli indù e dalla loro antica lingua sanscrita deriva il termine che meglio identifica la gestualità sacra: mudra (gesto).
Ad ogni mudra è attribuito un potere, una forza evocativa, o un significato sacro. Come se l’uomo potesse inserirsi con un specifico gesto nel disegno divino. La capacità di manipolazione degli oggetti ci ha aiutato molto nella storia dell’evoluzione umana, ed è con il fare delle mani che è nato lo spirito creativo, l’elaborazione mentale di una forma, il concetto stesso di idea. E a ricordarci queste origini così fondamentali della gestualità umana, disponiamo oggi, tra i tanti, dei mudra papali. La benedizione con le prime tre dita, le mani aperte con le palme rivolte verso il cielo, il segno della croce…
Ai mudra vengono affidati spesso delle comunicazioni addizionali, in sostituzione di parole che non si possono o non si vogliono dire. Sono nati così mudra segreti: segni misteriosi per molti, ma segnali rivelatori per pochi. Nelle usanze popolari e folkloristiche i gesti assumono un insieme di significati particolari. Ma è nell’arte della danza che si sono concentrate le maggiori prerogative simboliche della comunicazione gestuale. Il palcoscenico e la piazza, luoghi primari per le rappresentazioni della realtà,  hanno ereditato le ricchissime gestualità delle narrazioni archetipiche. E se nei grandi e sfavillanti teatri si è magnificato la comunicazione corporea attraverso la danza, nelle piazze giovani majorette al seguito di bande musicali mostrano una comunicazione gestuale meno eccelsa, ma profondamente radicata nella cultura popolare. Benché il messaggio contenuto nell’estetica dei gesti artistici meriterebbe uno studio lungo e approfondito, qui giova mettere in luce come non ci sia arte figurativa che non contempli l’uso della gestualità, e come, qualora venisse soppresso ogni gesto da una rappresentazione artistica, si otterrebbe un’opera priva di significati e di significanti. Ma talmente profondo nella mente umana è il gesto come segno che, anche nel non compiere gesto alcuno, trasmettiamo ugualmente un segno, compiamo comunque un gesto.
Il complesso dei segni gestuali assurge a linguaggio ufficiale per i non udenti, che del gesto hanno fatto un simbolo nel simbolo. Così come nel tono della voce è possibile percepire le migliaia di sfumature del nostro stato d’animo, altrettanto accade nel parlare a gesti dei non udenti. Ma anche chi possiede l’uso delle corde vocali spesso preferisce esprimere il proprio muto dissenso per la guerra con l’universale mudra della pace. Alla stessa stregua di chi, invece, della guerra ne fa il proprio mestiere e usa un mudra altrettanto celebrato per salutarsi: il portarsi la mano tesa e aperta alla fronte. Nell’uso quotidiano della gestualità compiamo inavvertitamente gesti che svelano la nostra condizione interiore o il nostro stato d’animo. In genere un gesto sotto la cintura esprime qualcosa di volgare o segreto, il gesto sopra la cintura passione o rabbia, all’altezza del cuore sentimento, della gola impeto o sottolineatura, degli occhi menzogna e raggiro, e oltre la testa qualcosa che supera la nostra comprensione. Siamo talmente abituati alla gestualità, all’uso costante delle mani, da non soffermarci mai sul meraviglioso meccanismo che le rende uno degli strumenti più preziosi per l’uomo. La mano viene da molti fisiologi considerata come una sorta di proiezione del cervello nello spazio. Secondo un calcolo effettuato al computer, una mano normale può effettuare venti milioni di movimenti, mentre una mano abile e addestrata può arrivare addirittura a quaranta milioni. È anche l’unico organo che consente la reciprocità sensoriale: non può toccare senza essere toccata (a differenza dell’occhio che può vedere senza essere visto, l’orecchio che può ascoltare senza essere udito, e il naso che può annusare senza essere necessariamente annusato). I nostri occhi cercano sempre il movimento delle mani di chi ci è vicino, inconsapevolmente. Perché alle mani abbiamo assegnato un potere, nel corso dell’evoluzione, del quale non siamo ancora del tutto consapevoli. Le mani sono simbolo di attività, di potenza (la parola ebraica iad significa sia mano sia potenza) e dominio, e ogni volta che comunichiamo muovendole, disegnando nell’aria segni magici e mudra sacri, trasmettendo energia. Nella tradizione biblica e cristiana l’imposizione delle mani significava un trasferimento di energia o di potenza. La mano destra che compie la gran parte dei movimenti genera energia a dominanza maschile; la sinistra, più docile e ubbidiente, genera energia a dominanza femminile. Alla destra si affida il mudra della forza, il pugno chiuso, il coagula alchemico, Shiva distruttore; alla sinistra si affida il mudra della tolleranza, la mano aperta che solve, l’amorevole Shakti. In Cina la destra corrisponde in genere all’azione e all’esuberanza, mentre la sinistra al non agire e alla saggezza. Nel buddismo la mano chiusa è il simbolo della simulazione, del segreto e dell’esoterismo. La mano del Buddha “non è chiusaâ€, cioè egli non tiene per sé nessuna parte della sua dottrina. Nell’Abhaya-Mudra (assenza di paura), la mano destra posta all’altezza delle spalle, dita distese e palmo rivolto in avanti, invita ad avere fiducia, garantendogli protezione; Anjali-Mudra, le palma delle mani sono congiunti all’altezza del petto nel tipo atteggiamento di saluto; il Bhumisparsha-Mudra consiste nel porre la mano sinistra nel grembo con il palmo rivolto verso l’alto, e la destra distesa col dorso rivolto al fedele indicando la terra per chiamarla a testimonianza della raggiunta illuminazione; nel Dharmachakra-Mudra il palmo della sinistra è rivolto verso il corpo, il destro, all’esterno, con le dita che si toccano formando un cerchio; nel mudra della meditazione Dhyani-Mudra le mani sono posate nel grembo con il dorso della mano destra riposante nel palmo della sinistra; il Vitarka-Mudra presenta la mano destra in alto e la sinistra in basso, entrambe con le palma rivolti in avanti e i pollici e gli indici congiunti, mudra che manifesta la disponibilità ad insegnare la dottrina.. In Africa, porre la mano sinistra con le dita piegate nella mano destra è segno di sottomissione e di umiltà. Nella Roma antica la mano destra tenuta nascosta sotto la mani indicava il rispetto e l’accettazione della servitù. Per i musulmani la mano è simbolo della provvidenza e la sintesi della legge del Profeta. Ognuna delle dita racchiude uno dei cinque dogma o precetti fondamentali. Queste comprendono quattordici falangi, ventotto per le due mani, sulle quali vengono distribuite le ventotto lettere dell’alfabeto (huruf): le quattordici lettere luminose sulla mano destra, collegata al Sud e le quattordici oscure sulla mano sinistra, collegate al Nord. La mano è inoltre l’organo della trasmissione del sapere. La Mano di Fatima è l’amuleto più diffuso nel mondo islamico; gli Sciiti vi collegano i simboli delle cinque persone sacre: Maometto, Ali, Fatima, Hassan e Hussein. L'antropologo Desmond Morris ha spiegato, nel saggio Amuleti e talismani (Tecniche Nuove, 2000), il significato di molti oggetti legati alla superstizione, come la Mano di Fatima, diffusissima in Oriente sotto forma di un monile in filigrana d'argento o d'oro. La leggenda racconta che la figlia di Maometto, Fatima, stava preparando la cena quando arrivò il marito Alì in compagnia di una bella e giovanissima concubina. Fatima ne fu addolorata al punto da confondersi nei movimenti e mettere la mano nell'acqua bollente; ma era talmente dispiaciuta, che non sentì alcun dolore. Da allora la Mano di Fatima divenne un simbolo di serietà e autorevolezza. Anche presso gli ebrei vi era una mano amuleto in bronzo, un concentrato di influssi spirituali e magici, emessi dai nomi sciiti sulle dita: Adamo sulle falange del pollice, Abele sulla giuntura, Eva sull’indice, Caino sul medio, Seth sull’anulare, Noè sul mignolo, El sulle pieghe della mano e Haya (vivere) sul palmo. In genere il numero delle dita è assimilato al numero dei sensi e l’iconografia accorda un sesto dito a coloro che sono provvisti di un sesto senso, come nelle figure si santi degli affreschi bizantini.
Nelle danze rituali del Sud dell’Asia, chiamate “danze delle maniâ€, la posizione delle mani e delle dita simboleggiano atteggiamenti interiori. Ad esempio, con la mano destra alzata, indice e medio tesi e riuniti, e le altre dita riunite, si simboleggia la dialettica; mentre la mano pendente, col palmo rivolto verso l’esterno, è simbolo di dono e carità; il palmo rivolto verso il cielo la pacificazione o la dispersione della paura; con il palmo della destra rivolto verso l’esterno che tocca terra si manifesta l’illuminazione. Anche nel simbolismo celtico la mano ha un valore magico, ma quasi sempre connessa con il braccio intero.
Nel Medioevo, mentre in Oriente la gestualità assunse connotazioni sacre, nell’Occidente medievale il gesto apparve, agli occhi della Chiesa, pericoloso e sospetto, troppo legato a “l’orrendo rivestimento dell’animaâ€: il corpo. Il potere ecclesiastico si preoccupò in primo luogo di far sparire ogni sistema di gestualità che considerava pagana, soprattutto in un campo particolarmente odioso per il cristianesimo, quello del teatro. Gli specialisti del gesto, mimi o posseduti dal demonio, furono considerati vittime o servi di Satana. A partire dal XII secolo la tendenza repressiva dei gesti cedette gradualmente il posto al tentativo di controllo, con prime avvisaglie nelle regole monastiche. Fino a quando, fra la metà del XII secolo e la metà del XIII, la normalità dei gesti fu definita dai codici che regolamentavano l’ordinamento ecclesiastico, la legislazione monarchica, o i codici di cortesia e di “cavalleriaâ€. Oggi gli specialisti del gesto, gli attori contemporanei, almeno quelli bravi, studiano il personaggio che devono interpretare prestando particolare attenzione nell’interpretazione emotiva della parte. Si tratta di professionisti ben consapevoli che il gesto accompagna sempre la verbalità recitativa, e come un gesto in dissonanza con le parole può provocare un disastro. Mentre un gesto indovinato, catturato grazie ad una meticolosa osservazione nell’ambiente naturale del personaggio da interpretare, può garantire un premio Nobel.
Nella cultura cattolica contemporanea l’uso di mudra da parte del sacerdote officiante è destinata ad una comunicazione particolarmente simbolica, quasi esoterica, che va dal semplice segno della croce con le tre dita della mano destra, alla posizione delle palma verso l’alto, fino ad invitare al contatto fisico i fedeli, proprio attraverso un gesto delle mani, “il segno della paceâ€, naturalmente con la mano destra, simbolo dell’autorità spirituale e della clemenza divina.
A guardare intensamente il palmo della propria mano sembra possibile intravedere una somiglianza con il cielo stellato, forse perché ad ogni intersecarsi di linee, pieghe e rughe si forma una stella. L’energia di cui abbiamo bisogno è tutta nelle nostre mani. Ogni mudra è portatore di un movimento estetico, di un movimento energetico e di un movimento simbolico. Il movimento estetico genera un simbolo, e il simbolo mette in circolo dell’energia. Alcuni mudra emanano un’energia talmente potente o misteriosa, che sembra inesauribile. Come i mudra raffigurati nelle opere artistiche del passato, “Il gesto di Giovanni†(cfr. Hera 59, pag. 15). E forse si potrebbe aggiungere qualcosa di prezioso alla storia dell’arte rivalutando scrupolosamente il simbolismo delle mani ritratte in basso o in alto (sopra/sotto), aperte o chiuse (dentro/fuori), nelle opere dei maestri più significativi del nostro passato.