Tappa a Karachi

L’aereo che ci stava portando in India atterrò a Karachi per una tappa di dodici ore. Quando il personale di bordo aprì i portelloni, molti passeggeri si accalcarono lungo i corridoi. Io rimasi al mio posto in attesa che la mia cliente, seduta qualche poltrona più in là, si alzasse per prima. Quando tutti prendemmo ad avanzare centimetro dopo centimetro, lei mi stava davanti, vicino abbastanza da poter sentire il suo piacevole profumo. Giunti al terminal le code e le formalità doganali ci allontanarono, ma sull’autobus verso l’albergo dove avremmo trascorso quell’unica notte di transito, riuscimmo a scambiarci un cordiale sorriso di intesa. In camera ebbi solo il tempo di sistemare i bagagli prima di andare a mangiare. Il ristorante dell’hotel era semideserto e la ritrovai con uno sgargiante foulard arancione, seduta insieme ad una coppia di italiani.
Mi invitò a sedermi al suo fianco e mi presentò Franco e Frida di Genova, e di se stessa disse, oltre al fatto di chiamarsi Serena e che era di Treviso, che viaggiava, spesso nei posti più impensati e pericolosi del Medio Oriente, alla ricerca di tessuti e materie nuove per l’azienda tessile di famiglia. I genovesi invece, confessarono sghignazzando che andavano in giro da quelle parti del mondo solo per sconvolgersi alla grande. Mentre io, senza sbilanciarmi, provai a dire che ero solo in viaggio per lavoro.
“Che lavoro?†mi chiese Franco.
“Sono un contractor†dissi con vaghezza.
“In che senso?â€
“Lavoro per una compagnia di sicurezza privataâ€.
“Belin, stiamo mangiando insieme a James Bond!†esagerò lui.
“Sono solo un militare privato, e conosco abbastanza queste zone da poterti assicurare che è qui in Pakistan che hanno il fumo migliore†dissi per allontanare l’attenzione.
“Ah, sicuro. Infatti adesso vado a chiedere alla reception†ribatté Franco sganciandosi.
Alla reception gli dissero che in città avrebbero trovato di tutto e loro, anziché buttar via una serata in albergo, ci proposero di accompagnarli.
“Che dici, andiamo anche noi?†mi chiese Serena, come se fossimo una coppia.
Ebbi un momento di esitazione.
“Karachi non è uno scherzo†dissi con ovvietà. “Soprattutto di questi tempiâ€.
“Tanto se ci sei tu non mi può capitare nulla, vero?â€
Fuori dall’albergo si presentò un taxi minuscolo e nero, tettino e parafanghi spennellati di bianco. Ci schiacciammo fin quasi a gonfiare le lamiere e ci ritrovammo a fluire per le strade di Karachi.
Le voci nell’auto erano concitate, il tassista non parlava inglese, non sapeva niente di hashish e i genovesi decisero di chiedere a qualcuno per strada. Scesero in una piazza, fecero pochi passi e si rivolsero al primo uomo che incontrarono. Nemmeno quello parlava inglese e loro, caparbi, ci dissero di aspettare e scomparvero in un vicolo.
Era una piazza perfettamente circolare, con molte macchine parcheggiate senza ordine. Dentro l’auto io e Serena guardavamo, come fosse un acquario, la vita di Karachi che si svolgeva fuori. Nelle auto parcheggiate c’erano famiglie intere: gli uomini a parlarsi attraverso i finestrini abbassati, le donne al loro fianco in silenzio sotto il loro burqa nero e dietro, litigiosi e giocosi, due o tre bambini. Franco e Frida tornarono e l’abitacolo si riempì di nuovo delle loro voci. Qualcuno gli aveva appena detto che, nella zona del porto, avremmo trovato facilmente qualsiasi tipo di merce, e ripartimmo.
Dopo alcuni minuti scorgemmo le case ai lati della strada finire improvvisamente. La periferia ci venne incontro vaporosa di umidità. Mentre il tassista scrutava l’esterno buio con nervosismo, come se neanche lui si fosse mai avventurato in quella estrema periferia di Karachi, noi tutti ci facemmo silenziosi. Ci fermammo in prossimità di un muro basso, illuminato solo da un lume a petrolio posato sul carretto di un venditore di dolci fritti, o comunque di qualcosa che friggeva in un olio denso e scuro, in fondo ad una bacinella metallica che una fiamma scaldava e anneriva.
Attorno a quella fonte di luce c’erano una mezza dozzina di uomini e, nonostante la città fosse altrove, nonostante ci circondasse solo buio e miseria, loro ridevano come ad una festa. Oltre il muro basso si percepiva il debole riflesso delle onde del mare. Quando scendemmo dal taxi i nostri volti di pelle bianca attrassero quegli uomini come fossimo fosforescenti. Lenti e taciturni, cominciarono ad adunarsi intorno a noi. D’istinto ci cercammo con le mani, ci stringemmo. I genovesi mostrarono qualche sorriso, chiesero hashish e quelli, compresa finalmente la ragione della nostra apparizione, presero a sorridere e a circondarci animosamente. Franco cominciò una specie di trattativa con un paio di loro, mentre gli altri fecero battute incomprensibili guardando Serena. Muovendosi lentamente ci stavano separando, Franco e Frida da una parte, io e Serena circondati dall’altra. Un uomo più sfacciato degli altri, sui cinquanta, si avvicinò a Serena e tentò di toccarle i capelli. Lei si ritrasse spaventata dietro di me e i pakistani si bloccarono sorpresi. A quanto pare ero rimasto fino ad allora invisibile ai loro occhi. Mentre io, invece, avevo già valutato il loro stato fisico di gente malnutrita e malaticcia. Li guardai negli occhi con dispiacere, sperando di non ritrovarmi costretto a fare del male a qualcuno di loro ma, al tempo stesso, calcolando che un solo colpo alla gola di quello che sembrava il capo, il cinquantenne sfacciato, sarebbe bastato a far arretrare tutti gli altri. Proprio quell’uomo, infatti, si fece avanti e mi disse qualcosa in tono sfacciato, poi restò a fissarmi con una smorfia sulla bocca come se comprendessi il suo arabo. Presi come riferimento un sasso bianco vicino ai suoi piedi: se lo avesse superato, decisi, o solo toccato con la punta della sua scarpaccia, lo avrei colpito. Fu allora che Franco e Frida arrivarono nervosi e briosi, sventolando il sacchetto di hashish appena comprata dagli altri pakistani. Distribuirono pacche sulle spalle e ruppero l’accerchiamento con sorrisi forzati. Insieme indietreggiammo disordinatamente fino al taxi, salimmo e l’autista, che era rimasto per tutto il tempo a motore acceso, ripartì a portiere aperte.
In macchina Frida accusò Franco di averci messi in pericolo; lui emise mugugni di colpevolezza e qualche parola di scusa. Frida disse che adesso, per colpa sua, aveva acquisito il diritto a un cannone extralarge tutto per lei. Continuarono a sdrammatizzare mentre Serena, che non si era più staccata dal mio braccio, riposizionava i suoi seni su di me ad ogni scossa del taxi, senza parlare. Tornammo in città e, percorrendo un lungo viale il conducente non faceva altro che guardare nello specchietto. Io e Serena ci voltammo e riconoscemmo il cinquantenne sfacciato nell’auto che ci seguiva e lei, con la sua voce dolce e tremante, disse agli altri:
“Smettetela. Quelli ci stanno ancora addossoâ€.
Gli inseguitori erano in tre, talmente vicini che potevamo distinguere chiaramente le loro espressioni tese e determinate. Il nostro tassista disse qualcosa in arabo, la ripeté in tono più aspro, quasi arrabbiato, nel tentativo di attrarre l’attenzione di qualcuno di noi.
“Cazzo vuoi!†abbaiò Franco.
Il conducente ripeté la sua frase in arabo, ma solo gesticolando riuscì a farci capire che si sarebbe fermato. Franco cercò di impedirglielo, protestò in inglese, ma quello stava già accostando al marciapiede. L’altra auto ci sorpassò, si mise davanti alla nostra rallentando fino a farci fermare. Serena si strinse a me e cercò nel mio sguardo la forza per non piangere. Invidiai quel suo modo di provare paura, così esplicito e puro. Ci avevano fermato in una strada della periferia, deserta ma illuminata. Forse per questo rimasi tranquillo. Avrei voluto baciarla proprio in quel momento. Dei tre inseguitori soltanto uno di loro uscì dall’auto, venne dalla mia parte e bussò al finestrino. Avrà avuto non più di venticinque anni, mal vestito e solo un po’ teso. Girai la manovella e il finestrino si abbassò cigolando.
“Parli inglese?†mi chiese.
“Sìâ€.
“Dovete venire con noi†disse nervosamente.
“Perché dovremmo venire con voi?†ribattei calmo.
Alla mia risposta lui reagì dimenandosi e grattandosi la faccia.
“Dovete venire. Abbiamo una cosa da darviâ€
“Ancora hashish?â€
“No. Niente hashish. È un’altra cosa†ribatté infastidito.
“Cosa?â€
“Un videoâ€.
“Un video†gli feci eco perplesso. “Che video?â€
“Non possiamo continuare sulla strada. Dovete venire con noiâ€.
“Stai calmo. Voglio prima parlare con il tuo capo†dissi, indicando la loro auto.
“Allora vieni†disse, invitandomi con un gesto.
“Dammi un minutoâ€.
“Un minuto†concordò lui.
Tornò alla sua macchina ed io, richiuso il finestrino, mi voltai a guardare Serena. Era rimasta con le mani sulle mie spalle, quasi in un abbraccio e voltandomi, ritrovai il suo volto vicinissimo al mio. Mi trattenni solo un momento, il tempo per fissare il suo sguardo impaurito e godere del suo bisogno di me.
“Un video?†squittì Frida. “Ha proprio detto un video?â€
“Questi sono fuori†disse Franco. “Go go go!†urlò al tassista.
“No go! No go!†sbraitò il tassista a mani alzate. Tolse le chiavi dal quadro e uscì dalla macchina fermandosi sul marciapiede a braccia incrociate.
“E adesso?†chiese Serena. “Dove sarà il nostro albergo?â€
“Rimanete qui†dissi scandendo bene le parole.
Mi staccai dolcemente dalla stretta del suo abbraccio, senza perdere altro tempo scesi e con calma mi mossi verso l’auto dei pakistani. Il ragazzo con il quale avevo parlato sedeva dietro, davanti sedevano il cinquantenne sfacciato e un altro uomo alla guida che non si voltò neppure a guardarmi. Il giovane mi aprì la portiera e io infilai la testa dentro l’auto. L’odore pungente all’interno rischiò di farmi arretrare, ma resistetti.
“Avete spaventato i miei amici†spiegai, e il giovane tradusse, “e adesso dovete convincere il tassista a riportarci in albergoâ€. Lasciai il tempo per la traduzione, poi chiesi: “Cosa c’è nel video?â€
Il ragazzo non tradusse la mia domanda. Lo sfacciato guardò l’uomo alla guida e questo, con un leggero cenno della testa, sembrò dare una specie di autorizzazione.
“Ostaggi americani†disse lo sfacciato in un inglese ferroso.
“Ci sono le dichiarazioni dei soldati americani, ostaggi dei fratelli talebani†spiegò il ragazzo.
“Ok†riflettei, “e cosa volete che ne facciamo di questo video?â€
“Dovete portarlo in Europaâ€.
“Ho capito. Ma in Europa dove?â€
“Lo dovete consegnare ad un indirizzo di Magentaâ€.
“Magenta?â€
“Magenta in Italia†confermò il giovane. “Voi siete italiani, vero?â€
“Sì, siamo tutti italiani†dissi, chissà perché, sorridendo.
“Conosci Magenta?â€
“Non ci sono mai stato, ma so dov’èâ€.
“Ok, lo farete?â€
“Nel video ci sono solo le dichiarazioni dei soldati americani?â€
“Sìâ€.
Non mi piacque come rispose.
“Cos’altro c’è nel video?†chiesi paziente.
Il giovane si voltò a tradurre e lo sfacciato iniziò un rumoroso scambio di battute con l’uomo alla guida, alla fine del quale il ragazzo disse: “Ok, nel video non ci sono solo gli americani. C’è dell’altroâ€.
“Esattamente cos’altro c’è?†insistetti.
Il ragazzo guardò lo sfacciato e, riflesso nello specchietto, incrociò lo sguardo dell’uomo alla guida. Non ricevendo obiezioni tornò a guardare me e, controvoglia, disse: “Un messaggio per i fratelli combattentiâ€.
“Un messaggio di chi?â€
“Del mullà Abd al-RaḥmÄnâ€.
Stavo per chiedergli cosa dicesse il messaggio ma, qualsiasi cosa mi avessero risposto, sarebbe stata un’altra menzogna. Quindi tirai fuori la testa dell’auto e respirai l’aria fresca della sera. Mi voltai verso il taxi e vidi i ragazzi sul marciapiedi intenti a fumare. Serena no, lei era rimasta in macchina. Chiusi la portiera e mi spostai per parlare con l’uomo alla guida il quale, in leggero ritardo, nascose tra le gambe una pistola automatica. Bussai al suo finestrino, l’uomo aprì solo uno spiraglio e rimase in attesa delle mie parole.
“Dove si trova adesso il video?†chiesi docilmente.
“In montagna†disse l’uomo in un inglese perfetto, alzando la mano in direzione del cielo buio.
“Potreste andare a prenderlo e portarcelo poi in albergo†gli proposi.
“Non possiamo entrare in quell’albergo†disse. “Non possiamo neanche avvicinarci alla zona dell’aeroportoâ€.
“Se è per questo noi non dovremmo neanche essere qui a parlare con voi. In albergo…â€
“La cosa va risolta qui e subito†si risentì lui. “Non vogliamo farvi del male, ma solo chiedervi di portare il video in Italiaâ€.
“Ok†riflettei. “Ma mi devi dare il tempo di convincere gli altriâ€.
L’uomo guardò davanti a sé, biascicò qualcosa tra il nervoso e il beffardo che fece sorridere lo sfacciato.
“Ok†disse infine. “Fai in frettaâ€.
“Quanto tempo impiegheremo per andare e tornare dalle montagne?â€
“Ci vorranno tre o quattro oreâ€.
“Allora dobbiamo passare in albergo†tentai. “Una delle ragazze non si sente beneâ€.
“No†ringhiò lui. “Niente albergo†aggiunse con più controllo nella voce.
“E il tassista?â€
“Gli spiego io la situazione. Tu digli solo di venire a parlare con meâ€.
“Allora faccio in fretta†dissi indicando il nostro taxi.
L’uomo fece un cenno con la testa ed io mi incamminai verso il taxi. Franco e Frida mi vennero incontro con l’espressione inebetita.
“Allora?†chiese Franco. “Cazzo vogliono questi stronzi, eh?â€
“Ma come cazzo vi viene in mente di farvi una canna proprio adesso?â€
“Non t’incazzare Bond, è solo per calmarci un po’â€.
“Quelli vogliono rapirci†dissi asciutto.
“Ma vaffanculo, belin! Scherzi, vero?â€.
Gli strinsi la faccia con una mano e gli dissi: “Fatti passare lo sballo, coglione.†Ma lo mollai subito e cercai di calmarmi. Non era il momento di perdere il controllo, e poi Franco, anche se instupidito dal fumo, era l’unico alleato a disposizione.
“Non avete ancora capito che sono talebani?†Spiegai. “Uno di loro ha una pistola e non vede l’ora di portarci tutti in montagnaâ€.
Frida passò lo sguardo da me a Franco e da Franco a me, senza decidersi da quale parte stare.
“Una pistola?†mi chiese infine. “Ma sei sicuro?â€
“L’ho vista mentre cercava di nasconderla. Quella del video è solo una scusaâ€.
“Cosa facciamo, adesso?â€
“Franco, ho bisogno che tu smaltisci lo sballo, veramenteâ€.
Franco si passò le mani sul volto come per lavarsi via l’intontimento, fece un gran respiro e mi chiese: “Cosa hai in mente?â€
Gli posai una mano sulla spalla e lo avvicinai a me.
“Dobbiamo avvicinarci alla loro auto†gli dissi con pacatezza, “io salgo dietro, alle spalle di quello con la pistola. Tu dovrai solo pensare allo sfacciato che gli siede affianco. Ok?â€
“Ok. Ma esattamente…?â€
“Devi solo tenerlo occupato e in nessun modo, per nessuna ragione, devi farlo scendere dalla macchina. Se scende sarebbe molto più difficile da gestire. Capisci perché?â€
“… Certo, certo. Sarebbe un casinoâ€.
“Te la senti?â€
“Penso di sì. Eppoi che alternativa c’è?â€
“Vedi di non farti del male†aggiunsi, salendo sul taxi.
Sedetti accanto a Serena, le presi le mani tremanti e le sorrisi.
“Io e Franco andiamo a parlare con quella gente†le dissi in tono pulito. “Roba di qualche minuto. Ma devo chiederti un grande favoreâ€.
“Un favore?†chiese lei tentando un sorriso.
“Ho bisogno di questo tuo bellissimo foulard arancione. Puoi?â€
“Ah… questo†disse sospirando. “Figuratiâ€. Si tolse il foulard e me lo passò attorno al collo.
“Come mi sta?â€
“Oh, sei magnifico†disse riuscendo a sorridere.
“Adesso vadoâ€.
“Non mi dici cosa sta succedendo?â€
“Stiamo per tornare in albergoâ€.
“In albergo?†chiese scettica. “E quanto ci vorrà?â€
“Solo qualche minuto, te l’ho detto†la rassicurai. “Promessoâ€.
“Okay…â€
“Okay?â€
Scosse la testa in un cenno di assenso e i capelli le scivolarono sul viso. Scesi dall’auto e raggiunsi il nostro tassista al quale spiegai che doveva seguirci per parlare con l’uomo alla guida dell’altra auto. A Franco dissi di camminare sul lato dello sfacciato e di bussare al suo finestrino appena mi fossi seduto di dietro. Nient’altro. Raggiunsi l’auto dei talebani, aprii la portiera e, prima di salire, gettai uno sguardo verso il cielo e pregai che Serena, da dentro il taxi, non riuscisse a vedere quello che stavo per fare. Sedetti sul sedile senza chiudere lo sportello, Franco bussò al finestrino dello sfacciato e, contemporaneamente, l’uomo armato abbassò il finestrino per parlare al nostro tassista. Il foulard accese una scia arancione nell’aria, e quando raggiunse la gola dell’uomo davanti a me strinsi più forte che potei. Lui reagì d’istinto sparando contro il contachilometri. Cercò di puntare la pistola all’indietro e il ragazzo sulla mia destra si nascose sotto i sedili. L’uomo stava riuscendo a ruotare la pistola verso di me, sparò contro il tettino, mollai allora il foulard e cercai di togliergli l’arma. Ma quello riuscì a divincolarsi e tentò di voltarsi con tutto il corpo. Mi buttai indietro e puntellai le spalle e spinsi i piedi contro il suo sedile, talmente forte da farlo uscire dalle guide. L’uomo finì schiacciato contro il volante, urlò tutto il suo odio e sparò due, tre colpi alla cieca. Mi allungai e lo colpii con un calcio alla tempia, poi ancora con un altro calcio e un altro ancora. Finché riuscii a sentire la voce di Franco che mi urlava: “Basta! Basta!† 
Franco aprì lo sportello e lo sfacciato gli rotolò sui piedi con un buco nella pancia, si protese dentro l’abitacolo sull’uomo ancora privo di sensi e gli prese la pistola, gliela girò contro e gli sparò. Fece il giro dell’auto e minacciò il tassista smanacciando la pistola in ogni direzione e urlandogli di portarci in albergo. Tutti quegli spari mi avevano reso quasi sordo, forse per questo scesi dall’auto e lo chiamai urlando.
“Franco, sono qua. Abbassa quella pistolaâ€.
“Come… cosa…?†si spaventò lui.
“Abbassa la pistola. Dammi quaâ€.
Lasciò che gliela prendessi dalle mani. Lo spinsi verso la nostra macchina e feci cenno al tassista di andare con lui. Cercai il ragazzo sotto i sedili ma era già scappato, recuperai il foulard arancione e richiusi lo sportello. Il taxi si fermò per farmi salire, sedetti al fianco di Serena stringendo ancora la pistola in pugno e lei, nascondendomi il suo sguardo, cercò di allontanarsi da me. Allungai la mano per restituirle il foulard ma lei, schifata, scosse la testa e si chiuse con le braccia al seno.
Il tassista schiacciò il pedale dell’acceleratore e l’auto ripartì sollevandosi da terra; Franco gli ordinò con ossessione: “Hotel hotel!†e quello, scuotendo la testa disse: “Okay hotel, okay hotelâ€.   
Io, rassegnato, svuotai il caricatore e alla prima curva scaraventai fuori dal finestrino pistola e pallottole.

Racconto finalista al concorso nazionale 150 Strade, edizione 2008